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LE AVVENTURE DI MANUELITO

MANUELITO AL SUMMER CAMP

CAPITOLO 1

LA NOTTE PRIMA DELLA PARTENZA

La sveglia segnava 0:30… ma Manuelito non dormiva ancora, troppa era l’impaziente attesa di quella che si preannunciava essere la sua prima vacanza senza mamma e papà. Domani sarebbe stato il grande giorno: si partiva per il summer Camp.

Manuelito cercava in tutti i modi di dormire, ma anche con gli occhi chiusi riusciva a immaginare la sua avventura al campo estivo. La sua fantasia lo stava facendo viaggiare nel futuro prossimo e Manuelito era già immerso tra le emozioni e i sorrisi della sua nuova esperienza. Sì perché dei summer camp Manuelito ne sentiva parlare da anni, da suo fratello Lucio che, essendo più grande di lui di tre anni, poteva vantare un’esperienza invidiabile ai suoi occhi.

Manuelito, che di anni ne aveva quasi sette, non vedeva l’ora di iniziare un’esperienza che, come era capitato a suo fratello, gli avrebbe fatto acquisire conoscenze, amici e soprattutto sicurezza. Ecco sicurezza. Questo era il sentimento che adesso mancava a Manuelito nella notte prima della sua partenza per il summer camp.

Manuelito continuava a muoversi nel letto; le lenzuola si attorcigliavano intorno al suo corpo che stava così trasformandosi in una specie di kebab arrotolato! E nel “kebab Manuelito” non mancava neanche la salsa piccante, visto che l’eccitazione e le aspettative stavano mantenendo sveglissimo il futuro esploratore della natura, il prossimo campione del torneo di calcio, il nuovo artista della serata talent show dei bambini… al summer camp sarebbero state tante le nuove esperienze da vivere.

”Ma se poi dovessi fare brutta figura davanti a tutti durante la recita? E se i miei nuovi compagni di stanza non fossero simpatici? E se mamma e papà mi mancheranno?“ Tanti quesiti riempivano la testa del piccolo “kebab Manuelito“, e mentre la sveglia segnava ormai l’una di notte, il buio della sua stanza perse all’improvviso d’intensità. Una luce nel soggiorno era stata accesa e Manuelito, senza pensarci due volte, sfruttò quel fioco bagliore per sistemarsi un po’ le sue lenzuola; pochi secondi e al fianco del suo letto era comparsa la sagoma rassicurante della mamma che aveva percepito l’agitazione di suo figlio e non aveva potuto far altro che andare a tranquillizzarlo.

“Ciao mamma!“ Disse subito Manuelito.

“Ciao amore mio! Non dormi ancora vero?“ Chiese subito la mamma mentre si sedeva sul bordo del letto.

“No mamma, continuo a pensare a domani e non riesco a dormire.” rispose immediatamente il piccolo.

Neanche il tempo di finire la frase che la mano della mamma era già sul volto di Manuelito per una carezza che anticipava di pochi secondi le parole che stava pronunciando: “E’ normale che tu sia un po’ agitato Manuelito. Domani ti aspetta una nuova esperienza che potrebbe rivelarsi un’emozione tra le più belle della tua vita…Farai tantissime cose nuove, sarai immerso nei sorrisi dei tuoi nuovi amici e dei tuoi animatori e passerai 14 giorni, per la prima volta, senza mamma e papà!“ Disse la mamma con un tono dolce ma anche tipico di chi sembrava sinceramente convinta di quello che stava dicendo… “Secondo te riuscirò ad essere felice? Non mi mancherete tu e papà?” Chiese Manuelito con una voce chiara e nitida di chi non ha assolutamente ancora iniziato a dormire.

La mano della mamma si allungò verso il viso di Manuelito ed una seconda carezza accompagnò nuovamente le parole rassicuranti che solo una madre riesce a donare: “Sono sicura che saprai goderti questa vacanza senza mamma e papà. Ci saranno piccole paure all’inizio per alcune situazioni nuove che dovrai affrontare, ma saprai superarle molto velocemente per concentrarti subito sulle tantissime avventure che vivrai; dopo il primo giorno saremo io e papà a sentire la tua mancanza molto di più di quanto non capiterà a te! Ne sono certa! Adesso chiudi gli occhi e dormi… ciao amore mio, buon riposo!“.

“Buonanotte mamma!” rispose immediatamente Manuelito.

E con un bacio sulla fronte ed un’ultima dolcissima carezza sul capo, la sagoma della mamma si allontanò dal letto lasciando dissolvere i pochi rumori nel buio della casa. Anche la luce del soggiorno si spense e Manuelito, come per magia, impiegò pochissimo tempo per addormentarsi.

CAPITOLO 2

IL VIAGGIO IN BUS

Sembrava di essere in un film in cui una famosa band musicale, alla fine di un concerto, dal bus in partenza, salutava la folla dei fans radunati nel piazzale circostante. Oppure, sembrava che ci fossero celebri giocatori di calcio che, insieme a tutta la loro squadra, stavano lasciando lo stadio e dal bus salutavano i tanti tifosi in delirio. In realtà non esistevano fans e nemmeno tifosi perché il bus in partenza era quello dei bambini che partivano per il summer Camp.

Manuelito era uno dei 50 bambini su quell’autobus che iniziava lentamente a muoversi tra la folla di mamme, papà, fratelli, sorelle e anche qualche nonna. Manuelito sembrava essere diventato parte del finestrino talmente vi era schiacciato; una mano, a dita aperte, era come incollata al vetro, mentre l’altra ondeggiava a destra e sinistra in un saluto interminabile. 

I suoi occhi rispecchiavano esattamente il suo stato d’animo: lucidi, per la nostalgia di lasciare i suoi genitori che lo rendevano sicuro, ma anche luminosi ed eccitati per l’inizio di una nuova avventura affrontata da solo.

Il piccolo Manuelito stava partendo per il suo tanto desiderato summer camp ma papà e mamma erano in strada e si stavano lentamente allontanando fisicamente da lui per la prima volta. 

“Vuoi giocare con me?“ Chiese un bambino sedendosi nel sedile affianco a quello occupato da Manuelito. Senza neanche sentire la risposta alla sua domanda, il bambino iniziò a raccontare il motivo del perché non si trovasse, come tutti gli altri bambini, a sbracciarsi con vigore vicino ai finestrini.

”I miei genitori non ci sono, sono già al lavoro e mi ha accompagnato il papà di Gabriele, un mio compagno di classe. La tua mamma è quella signora bionda? Tuo papà sembra simpatico è quello che sta facendo le boccacce vero?” 

“Sì, sono loro i miei genitori“. Rispose Manuelito mentre si girava a destra e sinistra passando dalla curiosità e dallo stupore che il suo vicino di posto gli stava procurando e il malinconico momento degli ultimi sguardi verso mamma e papà. 

Pochi secondi e il bus si era già allontanato dal piazzale.

“Io mi chiamo Lorenzo, ma tutti mi chiamano Lollo. Allora vuoi giocare con me a Uno?” Chiese il bambino mentre già estraeva le carte dalla loro confezione.

Manuelito si voltò d’istinto verso il nuovo compagno, ma dopo pochi secondi e un po’ confuso, si ricordò che stava ancora salutando i suoi genitori e si girò nuovamente verso il finestrino.

Ora entrambe le mani, e anche la guancia, erano incollate al vetro; il tentativo era quello di vedere per l’ultima volta mamma e papà ma…Il pullman, ormai, era partito e Manuelito sembrava essersi perso la nostalgia dei saluti a causa dell’innocenza di un altro bambino che aveva saputo catturarlo e portarlo subito sui binari della spensieratezza e del gioco.

“Queste carte me le ha regalate mia nonna e sono nuove ed essendo la prima volta che le usiamo possiamo chiudere gli occhi ed esprimere un desiderio“. Disse con entusiasmo Lorenzo.

Manuelito si stava già facendo catturare da questa esuberante ed ingenua voglia di compagnia del nuovo amico di viaggio e, senza farselo ripetere due volte, chiuse anche lui gli occhi.

Un sorriso un po’ furbetto era comparso sul suo volto e, con gli occhi sempre ben chiusi, Manuelito stava già sicuramente vivendo qualche splendida e fantastica avventura. 

Il viaggio verso il summer Camp era iniziato da pochi minuti, la paura di separarsi dai genitori per la prima volta già non sembrava più un ostacolo alla serenità e al desiderio di vivere nuove esperienze; non c’era già più tempo per romantici saluti e malinconici sguardi, il tempo del gioco, del sorriso e del divertimento era iniziato.

CAPITOLO 3

L'ARRIVO

Il cuore batteva a mille all’ora, Manuelito e i suoi compagni di viaggio, erano in arrivo al summer camp.

L’autobus, era già in manovra per parcheggiare in un piccolo piazzale vicino alla struttura che avrebbe accolto tutti i ragazzi. A bordo sembrava essersi però rotta quella silenziosa attesa che aveva caratterizzato le due ore di viaggio.

Un gruppo di bambini e ragazzi, di età compresa tra i 6 e i 12 anni, aveva viaggiato per più di 2 ore senza creare problemi agli accompagnatori, senza esagerare nelle risate e nelle chiacchiere ad alta voce, senza spostarsi da un sedile all’altro e senza neanche incorrere in imprevisti, quali nausee o malinconie esagerate.

Un viaggio con 50 bambini era molto raro che potesse essere vissuto con una tale calma e serenità a bordo, ma era accaduto veramente, per la gioia di un autista incredulo ma rilassato. Durante la manovra del pullman, invece, sembrava essere scoppiata a bordo una bomba di eccitante euforia. 

Tutti i ragazzi sembravano letteralmente impazziti di gioia. L’entusiasmo aveva catturato veramente tutti e nessuno era più seduto composto sul proprio sedile. C’era chi saltava, chi rideva, chi si abbracciava e chi, addirittura, aveva gli occhi lucidi per l’emozione! Ma che cosa aveva creato un tale stato di euforia a bordo? Cosa era stato ad eccitare così tanto un intero gruppo di ragazzi e bambini fino a quel momento sereni?

La risposta si era materializzata davanti ai loro occhi proprio in quegli ultimi metri di strada. Tutti gli animatori erano schierati nel piazzale del parcheggio, addobbati con sgargianti abiti ed enormi copricapi di tutte le forme. Una grossa cassa bluetooth, inoltre, “sparava” musica a tutto volume accompagnando balli e salti dell’intera équipe di animazione.

Come in una cerimonia di apertura di un grande evento, anche quell’incredulo gruppo di bambini si stava gustando quel rito di accoglienza preparato per dare il primo caldo e sorridente saluto di benvenuto a tutti i giovani ospiti del summer camp.

Sull’autobus però, oltre alla gioia, aleggiava anche una misteriosa sensazione di magia che alcuni bambini stavano vivendo.

Manuelito, alla sua prima esperienza, sembrava come incantato da così tanta allegria. Anche gli altri bambini erano entusiasti dell’accoglienza loro riservata, ed erano facilmente distinguibili quelli che stavano vivendo questa esperienza per la prima volta. Erano gli unici che, seppur felici e sorridenti, sembravano trattenere, per pudore, la loro innocente voglia di saltare e urlare a ritmo di musica.

I loro occhi spalancati e luminosi lasciavano trapelare felicità, ma anche stupore e sorpresa, che li rendeva bambini diversi da tutti gli altri. Per loro era la prima volta ed è innegabile che, come tutte le prime volte di qualunque esperienza, stavano vivendo un’emozione speciale. Dall’anno successivo si sarebbero sempre goduti le accoglienze gioiose degli animatori, ma quella era la prima e, come tale, bisognava viverla in tutta la sua magica e speciale unicità.

Intanto nel piazzale stava andando in scena una performance teatrale vera e propria. Quattro animatori continuavano a saltare arrivando, con il loro coinvolgente sorriso, all’altezza dei finestrini; tre animatrici, che sembravano danzatrici professioniste, stavano dando vita ad un balletto coordinato che le portava a saltare una sopra l’altra con una invidiabile armonia; altri due animatori, dopo aver mostrato i muscoli, fingevano di spingere l’autobus, offrendo uno sketch di comicità circense che suscitava, nei piccoli spettatori, gioiose e divertite risate.

Il summer camp stava per avere inizio e Manuelito aveva già il suo piccolo zainetto sulle spalle, pronto a tuffarsi nelle nuove emozioni che stava già iniziando a vivere.

Uno “sbuffo” sonoro ottenne l’attenzione di tutti. Il bus si era fermato. Un altro viaggio stava per iniziare all’insegna dell’amicizia, della crescita e del divertimento. Manuelito, nonostante le sue piccole paure, ne era convinto e non attendeva altro che uscire dall’autobus per iniziare la sua avventura da protagonista.

“Guarda c’è anche Carlo!”. Urlò un ragazzo già posizionato sui gradini e pronto ad uscire per primo dalla porta dell’autobus.

“Giulia, Giulia, Giulia…c’è Giulia…la mia animatrice dello scorso anno!” ripeteva un altro bimbo dai sedili in fondo.

“Ciao Federico, ciaoooo!” continuava a gridare una bambina attaccata al finestrino ignara del fatto che non potesse essere sentita da fuori.

A bordo erano tutti pronti per scendere ed il momento tanto atteso arrivò. L’autista schiacciò un pulsante e le porte del pullman si aprirono lasciando entrare la luce del sole e quella ancor più luminosa dei sorrisi degli animatori e lasciando uscire tutti i nuovi arrivati, insieme ai loro sogni, i loro desideri e le loro ambiziosissime aspettative!

CAPITOLO 4

L'ASTRONAVE

Tutti i bambini erano stati radunati nel grande salone all’ultimo piano dell’albergo. Manuelito, come gli altri, era seduto all’interno di quella che sembrava essere una grande astronave. Le scenografie e gli allestimenti,  veramente magnifici, erano stati preparati in modo da permettere, a tutti i presenti, di immergersi nel filo conduttore del summer camp: LO SPAZIO.

L’enorme salone era stato trasformato, per la gioia di animatori e bambini, in una fantastica navicella spaziale. Il soffitto mansardato era trapuntato di pianeti colorati, stelle di ogni dimensione e grosse palle luminose. Molti di questi elementi spaziali erano stati fissati al soffitto mentre altri fluttuavano nell’aria sostenuti da un invisibile filo trasparente. Le quattro colonne, posizionate al centro del grande salone, erano ricoperte di ingegnosi ingranaggi. C’erano tubi di plastica che sembravano attraversare il cemento,  donando alla struttura un fantastico effetto 3D. Fogli colorati, pezzi di cartone e oggetti di plastica, di varie forme e dimensioni, erano stati assemblati per ricoprire le colonne, trasformandole in supersonici motori spaziali.

Manuelito sapeva di trovarsi in un salone al quarto piano di un struttura alberghiera. Sapeva che quelle colonne erano state magistralmente decorate per offrire un’ambientazione fantastica, nonostante ciò, era felice di ritrovarsi all’interno di un’immaginaria “navicella spaziale” e partecipare a questo favoloso e stravagante viaggio.

Prima ancora di entrare nel salone, la porta d’ingresso, fin da subito, aveva catturato la sua attenzione. Gli stipiti erano ricoperti di tantissimi elementi decorativi, tutti rigorosamente foderati di carta stagnola. Sulla parte superiore della porta, era collocato un lungo LED luminoso che emanava, dall’alto verso il basso, un fascio luminoso blu. Al passaggio di ogni bambino, attraverso il vano della porta, una piccola cassa musicale, ben nascosta  nell’angolo in basso a destra, diffondeva un suono metallico della durata di tre secondi; contemporaneamente il fascio di luce si interrompeva permettendo, a chi entrava, di vedere per la prima volta  l’interno del salone che offriva un colpo d’occhio unico e una eccitante sensazione di varcare veramente la porta di una navicella spaziale.

Manuelito rimase a bocca aperta, ammirato e affascinato da quel particolare allestimento che sarebbe rimasto, nella sua memoria, come uno dei più sorprendenti dettagli di quella vacanza. Attraverso quella porta entrava in un mondo fantastico che doveva accompagnare lui e i suoi compagni di viaggio in un’emozionante esperienza spaziale.

 Ma le sorprese non sembravano essere finite. All’interno dell’astronave, tutti i bambini e i ragazzi si erano seduti per terra rivolti verso quello che doveva essere, con ogni probabilità, lo spazio dedicato ai grandi spettacoli serali di cui Manuelito aveva tanto sentito parlare da suo fratello.

Il palcoscenico, però, in quella particolare occasione, era stato trasformato in cabina di pilotaggio dell’astronave. Al centro di questa grossa struttura scenografica era stato collocato uno schermo bianco che faceva da sfondo al quadro di comando, allestito con tantissime leve e bottoni di ogni genere.

Su entrambi i lati, inoltre, due tavoli erano stati predisposti con strumentazioni, pulsanti e luci che rendevano tridimensionale l’ambiente della cabina di comando. La luce rossa, ad intermittenza, di una sirena, posizionata sulla sinistra della scenografia, trasmetteva la sensazione di trovarsi  davanti ad una vera zona di comando, davanti al cuore pulsante dell’astronave, davanti a quello che sarebbe stato uno degli spazi di gioco  più ricercato e vissuto dai bambini.

A destra della scenografia, completava l’allestimento una luccicante parete color argento. Manuelito non l’aveva notata subito, ma quella parete era in realtà un enorme sipario decorato con numerosi addobbi colorati. Neanche il tempo di immaginare che cosa potesse celarsi dietro quello spazio nascosto che una mano sollevò parte di quella finta parete per lasciar uscire un personaggio tanto bizzarro quanto affascinante.

Con l’accompagnamento di una musica elettronica  e illuminato da scintillanti luci colorate, questo insolito clown, agghindato con una enorme parrucca viola ed una tuta bianca con decorazioni argentate, si presentò con un’acrobatica piroetta. Accolto dallo stupore, dall’euforia e dagli applausi di tutti i bambini, il singolare personaggio dai capelli viola si diresse, poi, verso il centro del palco e con le sue buffe movenze diede il primo ufficiale benvenuto a tutti i bambini. Poi incominciò  a  fare l’appello, esattamente come a scuola.

Il summer camp iniziava ufficialmente con un appello come a scuola. Era la stessa identica situazione, ciò che cambiava, era quell’incredibile allestimento spaziale che era stato preparato per far immergere i bambini, da subito, in un mondo che avrebbe dato inizio ad un’avventura fantastica.

CAPITOLO 5

IN CAMERA

“Come faccio a sapere quando dobbiamo andare a mangiare? Come faccio a sapere che ore sono? Possiamo uscire a giocare in cortile?” Chiese con una certa eccitazione Manuelito.

“Hei hei quante domande!“ Rispose l’animatore accompagnando le sue parole con un sorriso e continuando a dare risposte al piccolo curioso. “Ci siamo noi animatori che vi veniamo a chiamare quando è ora di pranzo, tranquillo; e saremo sempre noi ad avvisarvi e chiamarvi per fare tutte le attività.“

“wow, siete il nostro orologio!“ rispose soddisfatto Manuelito.

L’animatore, a quel punto, allungò la sua mano passandola tra i capelli di Manuelito come cenno affettuoso di saluto commentando le sue creative riflessioni con altrettanta creatività: “se vuoi vederci come un orologio ok, allora sappi che io, per la mia altezza, sono la lancetta lunga dei minuti e mi chiamo Carlo.“

“Piacere Carlo, io sono Manuelito e questi sono i miei compagni di camera ma non te li presento perché neanche io conosco il loro nome.”

“Bene ragazzi, allora sistemate le vostre cose negli armadietti, mettete la valigia vuota sotto il letto e soprattutto presentatevi tra di voi che poi tra poco vi vengo a chiamare per andare fuori a fare i giochi di conoscenza.“ Disse Carlo l’animatore uscendo dalla stanza. Una frazione di secondo e Carlo era di nuovo affacciato alla porta della camera per un’ultima veloce comunicazione: “dopo vi faccio conoscere la lancetta corta dell’orologio, vi piacerà sicuramente tantissimo perché è un’animatrice simpaticissima, sempre sorridente e anche un po’ matta!“.

“Ma é più bassa di te vero?“ Chiese Manuelito con sguardo arguto.

“Esatto!“ Rispose Carlo l’animatore, salutando e uscendo definitivamente dalla stanza.

Ora in camera erano rimasti solo i quattro bambini che, con curiosi sguardi di intesa, si avvicinarono subito uno all’altro andando quasi in modo sincrono verso il centro della stanza.

“Ciao io sono Dennis con 2N“ disse il primo.

Ciao a tutti io sono Nicolò con una C” disse il secondo.

“Ciao io mi chiamo Italo“ annuì il terzo bambino.

“E io sono Manuelito e tra 10 giorni compio sette anni, invece voi quanti anni avete?“

“7”. “7”.  “Anche io sette” Risposero quasi in coro i nuovi compagni di camera di Manuelito.

In pochi minuti la camera 25 aveva visto sciogliersi le timidezze dei suoi piccoli ospiti che avevano saputo dimostrare, con un invidiabile facilità, un’immediata complicità.

Italo e Dennis si conoscevano già, infatti i loro genitori avevano fatto richiesta di farli stare in camera e gruppo di animazione assieme.

Manuelito e Nicolò non conoscevano nessuno, ma non sembrava essere un problema.

I bambini hanno questa potenza rispetto agli adulti, sono in grado di creare delle sincere amicizie con una rapidità che un adulto può solo sognarsi.

“Che ne dite se diamo un nome alla nostra camera?“ Propose subito Dennis.“Cosa vuoi dire?“ Chiese Nicolò.

“Vuol dire che noi siamo una banda di amici e come tutte le bande abbiamo un covo segreto“. Spiegò Italo agli altri.

“Ma la nostra camera non è segreta“ replicò Nicolò.

“E’ vero, ma non importa, rimane il nostro covo. Che ne pensate se la nostra camera la chiamiamo la camera dei pirati spaziali?“ Propose Dennis.

“Quindi noi siamo quattro pirati spaziali…a me piace tantissimo“. Rispose subito Manuelito.

“Anche a me.“ Replicò Italo.

“Ok, mi avete convinto“ disse Nicolò che aggiunse: “allora facciamoci una promessa, uno per tutti, tutti per uno…se qualcuno di noi quattro dovesse sentire nostalgia di mamma e papà non dovrà essere preso in giro…promesso?

“Promesso”. Fu la risposta degli altri tre pirati spaziali.

La navicella spaziale aveva già trovato 4 bambini pronti ad “indossare il casco spaziale della fantasia” per iniziare un viaggio fantastico. Quattro giovanissimi viaggiatori dello spazio avevano saputo tutelarsi per proteggere le loro lecite fragilità infantili, ed ora, erano pronti per affrontare qualunque tipo di eccitante avventura.

CAPITOLO 6

IL PAESAGGIO FIABESCO

A volte la finestra può sembrare uno schermo sul quale si ammirano immagini  che suscitano entusiasmo e stupore. Questo doveva aver pensato Manuelito che, durante la conversazione con gli amici di camera, si era fatto catturare dal panorama visibile dalla finestra. 

“Ragazzi, venite a vedere“ urlò, richiamando l’attenzione degli altri. 

“Wow“ esclamò subito Dennis. 

“Non ci credo, è bellissimo, non ne ho mai visto uno così grande!“ dichiarò Nicolò. 

I tre bambini erano come calamitati da quello che stavano ammirando fuori dalla finestra della loro camera. Il quarto pirata spaziale, fino ad allora occupato nel sistemare la sua valigia sotto il letto, fu l’ultimo a godersi il panorama alla cui vista iniziò ad urlare:” L’arcobaleno! C’è l’arcobaleno!“ Le grida di Italo furono immediatamente seguite da una sua corsa fuori dalla camera per una comunicazione troppo importante per non essere condivisa anche con tutti gli altri compagni. In un attimo si scatenò il delirio in tutto l’albergo. Come un mucchio di  formiche che si muovono in modo disordinato, messe in allerta da un evento inconsueto durante le loro azioni quotidiane, così l’annuncio inaspettato della presenza dell’arcobaleno aveva creato un’improvvisa  agitazione in tutti i bambini. Con corse e scatti in tutte le direzioni, ognuno cercò di raggiungere balconi e finestre per assicurarsi un posto e godersi lo spettacolo. Un’animatrice tentò di riportare un minimo di ordine nel gruppo con qualche richiamo, ma inascoltata, dovette desistere, rimanendo in rigoroso silenzio non appena raggiunse, anche lei, una finestra. 

L’agitazione dei bambini era assolutamente comprensibile. Il cielo azzurro faceva da sfondo ad un arco di sette colori che sembrava disegnato con il compasso. Il parco giochi, immerso nel verde dei prati, era circondato dalle montagne tra cui spiccavano  alcune vette ancora ricoperte di neve. Aveva piovuto per pochi minuti e il paesaggio brillava, riflettendo i raggi solari sulle superfici bagnate. I colori vivaci di tutti gli elementi che componevano quell’immagine, erano esaltati dalle mille sfumature di verde che prati e montagne offrivano. L’azzurro del cielo, appena liberato dalle nuvole, aggiungeva ulteriore intensità al panorama, ma era lo splendido ed immenso arcobaleno che rendeva fiabesco il quadro. In pochi attimi la montagna aveva già dato il suo benvenuto ai piccoli ospiti del summer Camp. Pochi secondi e tutto svanì. Se qualche bambino avesse avuto dei dubbi sul perché mamma e papà avessero consigliato un summer camp in montagna e non al mare, quei pochi secondi di visione erano stati sicuramente una risposta chiara e convincente.

 Estate, per molti bambini, vuol dire spiaggia e mare. Estate, nell’immaginario soprattutto dei più piccoli, è un periodo dell’anno abbinato ai castelli di sabbia e ai tuffi tra le onde. Lo spettacolo ammirato quel giorno però, aveva ampliato l’immaginario di tanti di loro. Estate, da quel momento, era anche il verde dei prati, l’azzurro del cielo, il bianco della neve sulle alte vette e soprattutto la magia di un arcobaleno fiabesco.

 “Dai ragazzi! Si esce! Tutti con felpa, crema e cappellino. Si scende!“

Gli Animatori e le animatrici stavano richiamando l’attenzione di tutti ragazzi per uscire dall’albergo. Lungo le scale gli elettrizzati bambini non la smettevano di commentare il panorama appena ammirato. “Ok si va!” Il segnale dell’animatore che chiudeva la fila dal piano più alto dell’albergo diede movimento a tutto il gruppo. Un’animatrice, davanti a tutti al piano terra, aprì la porta e si accinse ad uscire seguita da 65 ragazzi. Pochi metri da percorrere in fila, una staccionata in legno da varcare attraverso un cancelletto d’ingresso e il parco giochi era già raggiunto. Con sorprendente  sincronia, tutti i bambini, varcata la soglia dell’ingresso del parco, iniziarono a correre con euforica eccitazione e urla di gioia, quasi a sancire l’arrivo di un momento di vera libertà all’interno di uno spazio verde, protetto e accogliente come il parco ludico.

Prima di iniziare un’attività organizzata, neanche gli animatori possono permettersi di interrompere quei momenti di spensierata autonomia dei bambini. Sui manuali di formazione dell’animatore questo atteggiamento viene definito “capacità di non intervento”. Per un bambino, quella breve e frizzante autonomia è semplicemente un’istintiva, spontanea e desideratissima voglia di libertà.

CAPITOLO 7

LA PICCOLA PORTA DI LEGNO

“Alla rotonda, tutti alla rotonda!“ Animatrici e animatori stavano richiamando tutti i bambini.

Dal parco giochi e dai campi sportivi, tutti i ragazzi dovevano raggiungere il punto di ritrovo. La rotonda non era altro che il luogo di raduno per piccoli e grandi nel vasto giardino privato dell’albergo. Una decina di panche in legno, formate da sezioni di tronchi tagliati, erano disposte a cerchio creando un’ottima zona di riunione protetta dai caldi raggi del sole; l’intera area infatti, era in ombra grazie a due splendide querce dalla chioma ampia e folta.

Alla fine del gioco libero o prima di iniziare un’attività programmata, tutti ragazzi si radunavano in questo accogliente luogo di confronto dove gli animatori avevano la possibilità di parlare a tutto il gruppo.

Sarà stato per quella zona di confortevole riposo ed ombra offerto dagli alberi e dalle panche; sarà stato per il luogo capace di offrire uno sguardo su tutti i propri compagni seduti in cerchio insieme a lui; ma il richiamo “alla rotonda” era, per Manuelito, associato ad un luogo accogliente dove trascorrere brevi momenti di confronto e incontro con il resto della banda del summer camp.

Fu proprio su quelle panche che la banda dei pirati spaziali, seduti uno di fianco all’altro, iniziò a studiare un piano per scoprire il mistero della porta di legno.

“Avete visto quella porta nel piano interrato dell’albergo?“ Chiese con aria furtiva Dennis ai suoi compagni.

“Sì certo, ci siamo passati davanti quando ci hanno portato a vedere la  piscina“ rispose prontamente Manuelito.

“Dietro quella porta c’è una caverna segreta e voglio esplorarla”. Aggiunse Dennis.

“Perché dovrebbe esserci qualcosa di speciale, io, da quella porta, ho visto uscire la signora che pulisce le nostre camere…sarà un magazzino“ rispose Italo.

“Non è un magazzino, anche io l’ho vista aprirsi una volta ma, anche se velocemente ho intravisto che si trattava di un passaggio segreto“ replicò Dennis.

“Perché non andiamo ad aprirla e vediamo se è veramente un luogo misterioso?” propose Nicolò.

“Domani il nostro gruppo scenderà in piscina e magari ne approfittiamo per chiedere agli animatori di toglierci questa curiosità e di aprirci quella porta” suggerì Manuelito.

Pochi minuti di confronto e il piano di esplorazione iniziava a prendere forma. Il giorno dopo, tutto il gruppo dell’animatore Carlo, di cui facevano parte i quattro pirati spaziali, era in fila pronto per accedere ai locali della splendida piscina che l’albergo possedeva nel suo piano interrato. Tutto il gruppo dei bambini era in procinto di togliersi le scarpe ed indossare le ciabatte prima di varcare la soglia che portava negli spogliatoi. Davanti ai locali della piscina c’era uno spazio che si stava riempiendo di scarpe e calze un po’ disordinatamente lasciate dai bambini. La rampa di scale dell’albergo finiva proprio in quello spazio che era anche l’arrivo dell’ascensore. Il lato alla destra delle scale era quello con la porta del mistero che aveva incuriosito Manuelito e i suoi amici il giorno prima.

In effetti era una porta del tutto diversa dalle altre. In tutto l’albergo erano presenti porte moderne con grossi maniglioni antipanico, mentre quella porta era di dimensioni decisamente ridotte ed era completamente in legno. Altra caratteristica molto particolare, possedeva una grossa maniglia in ferro ed una serratura antiquata con una toppa molto ampia.

“Carlo, dove si va se si entra da quella porta?” chiese immediatamente Manuelito all’animatore.

“Non lo so, però non siamo a casa nostra e quindi non possiamo aprirla senza permesso. Chiederemo al direttore dell’albergo se vuoi toglierti la curiosità.“

“Ok, grazie Carlo“. Rispose subito Manuelito.

“Ora togliti anche tu scarpe e calze come gli altri, così possiamo andare a tuffarci nella nostra splendida piscina“.

Nicolò era seduto proprio davanti a quella porta mentre si infilava le sue infradito ai piedi. Una corrente gelida arrivò da sotto la porta in legno facendolo rabbrividire.

“Ragazzi c’è una corrente di aria freddissima che esce da sotto la porta“ comunicò subito Nicolò ai suoi compagni di stanza.

“Vuol dire che c’è veramente un tunnel segreto” esclamò con entusiasmo Italo.

“Silenzio, abbassa la voce Italo. Fino a quando non scopriamo cosa c’è dietro quella porta è meglio non fare supposizioni avventate“ rispose Manuelito. “Supposizioni avventate? Ma come parli? Cosa vuol dire? Sembri la mia maestra!“. Replicò immediatamente Dennis colpito da quell’espressione inusuale utilizzata dal suo amico.

“Appena l’animatore si gira provo ad aprire la porta. Rimanete qui vicino a me e copritemi.” disse Manuelito con due occhi che rivelavano un atteggiamento audace e con un tono di voce chiaro e deciso.

Gli altri pirati dello spazio non se lo fecero ripetere due volte e si allinearono tutti e tre a coprire il loro impavido compagno.

Manuelito attese che Carlo l’animatore si voltasse e appoggiò subito la sua piccola mano sulla grande maniglia in ferro.

Una leggera pressione con il polso e la porta si aprì.

Due, forse 3 cm, sufficienti per permettere a Manuelito di guardare verso l’interno. Pochi secondi di osservazione interrotti dal pronto intervento di Carlo che si era accorto del disubbidiente gesto di Manuelito ed aveva prontamente richiuso la porta.

“Mi sembrava avessimo un accordo!“ esclamò subito con tono autorevole.

“Forza, andate anche voi quattro negli spogliatoi“ concluse l’animatore rimanendo con il palmo della mano appoggiato sulla maniglia della porta in legno.

I quattro ragazzi obbedirono immediatamente avviandosi verso gli spogliatoi con una certa celerità.

“Cosa hai visto?“ Chiese Dennis a Manuelito.

“Abbastanza per volerla riaprire, dopo ti racconto“ rispose Manuelito fissando il suo amico negli occhi.

La banda dei pirati spaziali ora stava per tuffarsi in piscina per godersi un momento di gioco e divertimento tanto desiderato, ma un’altra missione di esplorazione era già in programma. Il mistero della piccola porta in legno sembrava essere solo all’inizio.

CAPITOLO 8

IL NUOVO MISTERO

“Non credevo ti piacesse ballare“ chiese stupito Dennis a Manuelito.

“Prima di venire qui al summer camp in realtà non ho mai ballato“ rispose immediatamente Manuelito.

“Anche io non avevo mai amato ballare, ma qui è diverso, è troppo bello!” aggiunse Nicolò.

“Questi giochi musicali che ci propongono gli animatori sono veramente fantastici!“ disse Italo inserendosi nel discorso.

La serata di animazione stava giungendo alla fine ed era arrivato il momento degli ultimi due balli da fare tutti assieme seguendo i movimenti attraverso il video proiettato sul grande schermo. Il volume delle casse era elevatissimo per un degno finale di serata. Sessantacinque bambini si muovevano quasi in modo sincrono con sguardo concentrato, sudore garantito e tantissima eccitata partecipazione. I quattro pirati spaziali erano già diventati inseparabili, ed anche nel ballo di gruppo si trovavano, quasi in automatico, sempre uno al fianco dell’altro.

“Hai visto che ti stava guardando?“ disse Dennis a Manuelito urlando a causa del volume della musica.

“Non ho capito, cosa hai detto?“ risposte Manuelito nel frastuono.

“La bambina della camera 23 continua a girarsi per guardarti“ spiegò con emozione Dennis.

“Ma non è vero, figurati!“ ribatté Manuelito arrossendo in volto.

Il piccolo Manuelito, anche se non voleva farlo notare, rimase subito piacevolmente colpito da quegli sguardi che non erano un’invenzione del suo amico. La più bella bambina del summer camp sembrava veramente attirata da Manuelito e sembrava cercare, proprio con lui, un innocente incrocio di sguardi e sorrisi.

”Guardalo è già innamorato!” Commentò Italo agli amici mentre rideva e fissava Manuelito diventato tutto rosso in volto.

”Non dire stupidaggini” gli urlò Manuelito accompagnando le sue parole con una spinta al compagno.

La musica dettava il ritmo dei movimenti, ma il ballo stava diventando solo il contorno ad una scena di dolce e sorprendente complicità tra un bambino ed una bambina. Giocando a pallone o correndo al parco, era già successo che Manuelito avesse provato la sensazione di un aumento del battito cardiaco, ma era la prima volta che gli capitava dopo aver incrociato il sorriso e lo sguardo di una bambina. La musica iniziò ad abbassarsi dando il segnale che il ballo e l’intera eccitante serata, era in procinto di terminare. Un grande applauso, accompagnato da urla e qualche euforico ultimo salto, sancì la fine del momento ludico.

“Ragazzi ora sediamoci tutti, è arrivato il momento della nostra canzone della buonanotte“ annunciò l’animatrice iniziando a spegnere, una dopo l’altra, tutte le luci della sala.

Senza ulteriori raccomandazioni, tutti i ragazzi presero posto sedendosi sul pavimento del salone spaziale abbassando sempre di più il brusio di sottofondo. L’ultima illuminazione fu spenta lasciando solo che la luce rossa della sirena e i led blu della scenografia illuminassero in modo tenue l’intera sala. Sul grande schermo iniziarono a comparire le immagini del videoclip musicale che era diventato il momento di chiusura ufficiale della giornata. Al summer camp, una qualunque serata di animazione si concludeva sempre con il rito della canzone della buonanotte ascoltata, rigorosamente tutti insieme, con luci soffuse e volume decisamente basso. Sia i bambini più piccoli che quelli più grandi erano come catturati da quei pochi minuti di coccole sonore. Quella sera però, fra tutti i bambini tranquilli e rilassati del gruppo, si celava chi la calma e la rilassatezza non l’aveva ancora raggiunta. 

Manuelito, nel sedersi sul pavimento per ascoltare la canzone della buonanotte, aveva fatto un passo in avanti nel tentativo di essere più vicino alla bellissima bambina della camera 23. La bambina, a sua volta, aveva fatto un passo indietro probabilmente anche lei per lo stesso motivo. In effetti, nel sedersi a terra, si era ritrovata al fianco di Manuelito.

Dennis, Italo e Nicolò, un metro indietro, non smettevano di commentare la situazione accompagnando la loro complicità con infantili risatine. Lo stesso sembravano fare le amiche della bambina sedute poco più avanti.

Chi non stava assolutamente ridendo erano proprio Manuelito e la sua bella. Quando l’impianto audio diffuse le prime note della canzone della buonanotte, tutti iniziarono ad ondeggiare con il proprio corpo seguendo le note musicali della canzone.Tutti tranne Manuelito, che era diventato rigido come un palo e il cui viso aveva raggiunto una colorazione rosso fuoco. Quei pochi centimetri di distanza, che lo separavano dalla bella bambina, avevano acceso in lui un’agitazione mai provata fino a quel momento. Il summer camp si stava rivelando ricco di emozionanti esperienze e pieno di enigmatici eventi.

Poche ore prima, il piccolo Manuelito, aveva in mente un’unica missione da compiere: svelare il mistero della piccola porta in legno. Adesso invece, gli toccava scoprire un nuovo mistero che gli stava provocando rossore, sudorazione, mani fredde e un’inspiegabile sensazione dentro allo stomaco.

CAPITOLO 9

LA CASA SULL'ALBERO

Se troviamo un asse di legno in più e delle cerniere potremmo anche costruire la porta!“ esclamò con entusiasmo Manuelito.

“E’ bellissima la nostra capanna sull’albero!“ dichiarò con soddisfazione l’animatore Carlo guardando l’opera appena realizzata insieme a tutti i bambini del suo gruppo.

“Qui possiamo mettere delle tendine per poter anche chiudere la finestrina“ suggerì Elisabetta, anche lei entusiasta del lavoro svolto.

Elisabetta era una bambina dell’età di Manuelito ed insieme alle altre ragazze aveva contribuito, in modo determinante, alla costruzione di quella splendida casetta sull’albero. 

Sei maschi e sei femmine, di età compresa tra i nove e gli undici anni, non erano soliti trascorrere così tanto tempo a svolgere un lavoro assieme. A quell’età gli interessi iniziano a differenziarsi, ma esistono esperienze in grado di essere vissute tutti insieme con entusiasmo. La realizzazione di un rifugio in legno, addirittura costruito sui rami di un albero, era una di quelle.

La banda maschile dei “costruttori“ era composta da Manuelito, Dennis, Italo, Nicolò oltre ai due maschi della camera 35, Giacomo e Alessandro che erano i ragazzi più grandi del gruppo. La banda femminile invece aveva visto all’opera una ingegnosissima Elisabetta supportata dalle sue amiche Sara, Miriam, Gaia, Monica e Francesca.

Tre pomeriggi interi dedicati a quell’opera sotto la supervisione dell’animatore Carlo sfruttato soprattutto per i lavori più faticosi o di taglio di alcune assi.

“Peccato che lo spazio non è abbastanza ampio per accoglierci tutti“ esclamò Francesca. 

“Rimane però la casa sull’albero di tutti noi“ rispose subito Carlo con tono rassicurante.

“Che ne dite se incidiamo i nostri nomi qui sull’asse vicino all’ingresso?” Propose Manuelito  afferrando un taglierino per iniziare subito il lavoro.

”Ottima idea” risposero quasi in coro tutti gli altri.

”Un attimo Manuelito! Passami il taglierino, non voglio far eseguire a te questo lavoro; puoi tagliarti!“ In modo garbato l’animatore approvò la proposta del bambino, ma si prese l’incarico di svolgere lui stesso il lavoro di incisione. “ Potremmo pensare anche a degli scalini in legno“ intervenne Italo.

“No basta, ho le mani tutte rovinate!“ gli rispose con poco entusiasmo subito Sara.

“Per me è più bella così senza scalini, chi vuole accedere nella nostra casa deve arrampicarsi sui primi due rami dell’albero e poi entrare.“ precisò Miriam.

“Il fatto che non sia tanto in alto comunque mi rassicura… Se dovesse mai crollare almeno non rischiamo di cadere da un’altezza elevata“ dichiarò Gaia accompagnando le sue parole con un sospiro di sollievo.

“E’ indistruttibile!“ Rispose subito Carlo “fidatevi del vostro animatore. Ho inchiodato tutte le assi del pavimento tra di loro e le ho fissate al tronco…abbiamo creato una casetta bella, accogliente ed anche sicura, potete esserne certi.“

Quanto sarà alta da terra?“ chiese Monica incuriosita.

“Più o meno un metro e mezzo, forse un po’ di più“ rispose l’animatore.

“Possiamo entrarci?“ chiese Francesca che attendeva ansiosa il momento del suo primo ingresso nel nuovo covo sull’albero. 

“La casetta è robusta però due metri di larghezza per ottanta centimetri di lunghezza ed un metro di altezza non può ospitare più di cinque, forse sei, persone sedute contemporaneamente. Questa è l’unica regola che vi chiedo di rispettare“ precisò Carlo con tono solenne e sguardo autorevole, rivolto a tutto il gruppo.

“Vi lasciamo l’onore di entrare per prime, prego ragazze“ con un gesto di galanteria, accompagnato anche da un inchino, Manuelito lasciò passare le sue compagne che si arrampicarono, una dopo l’altra, sui rami dell’albero per accomodarsi, sedute, nella loro straordinaria opera architettonica. Elisabetta fu l’ultima del gruppo ad entrare ma, non appena  seduta, si portò la mano destra alla bocca per emanare un urlo prolungato di gioia che ricordava un canto melodioso eseguito dalle donne delle tribù Apache.

Tutte le altre bambine rimasero sorprese dalla dolce armonia di quel canto ma, dopo pochi secondi di silenzio, una dopo l’altra imitarono la compagna. Nel frattempo, guardandosi negli occhi con un atteggiamento di intesa, anche l’animatore Carlo, Manuelito e tutti i bambini ai piedi dell’albero, si unirono a quel coro che ottenne come risultato un unico potente suono tribale.

La gioia e la soddisfazione erano evidenti sui volti dei piccoli costruttori; la cooperazione e l’impegno avevano permesso di realizzare il piccolo sogno di un gruppo di bambini e quelle urla, un po’ selvagge, sancivano il legame sincero e spontaneo che si era creato tra tutti i piccoli protagonisti di quella nuova ed emozionante avventura.

CAPITOLO 10

IL GIOCOLIERE

“Gioco libero!”. Le due parole più attese erano appena state pronunciate. Quando un animatore dichiarava la fine delle attività programmate, iniziava il tempo autogestito dei bambini.

Tutte le attività, proposte dallo staff di animazione, erano varie e sempre molto apprezzate. Dai più piccoli ai più grandi, dalle bambine ai maschietti, dai più pigri ai più sportivi…tutti i bambini vivevano con entusiasmo e partecipazione attiva un programma di proposte ludiche sempre ricco e avvincente. Nonostante ciò, quelle due parole, pronunciate a voce alta nel parco giochi dell’albergo, sanciva una libertà di agire che non aveva paragoni. 

Le parole gioco libero, in pochi giorni, erano diventate pura magia.

Quel mattino Manuelito attese con ansia quel momento di libertà, perché aveva un appuntamento con Giacomo che gli avrebbe insegnato a utilizzare le palline da giocoliere.

“Eccomi qui, sono prontissimo!“ Disse Manuelito a Giacomo presentandosi, un po’ agitato, al cospetto del suo giovane maestro.

“Ciao Manuelito, iniziamo subito. Prendi queste tre palline e muovi le braccia come se volessi disegnare un cerchio nell’aria” rispose subito Giacomo.

Afferrando due palline con la mano destra e una con la sinistra, Manuelito iniziò, in modo un po’ scoordinato, alcune rotazioni con le braccia, chiedendo con un certo affanno: ” Va bene così?”.

“No! Guarda come faccio io. Disegna dei cerchi con le braccia dall’interno verso l’esterno“ e, così dicendo, Giacomo incominciò a fare dei movimenti circolatori che affascinarono subito Manuelito e anche diversi altri bambini che si trovavano intorno a loro.

“Muovi entrambe le braccia, ma le due mani devono essere una in alto e l’altra in basso e sempre equidistanti, mentre fai il movimento“ continuò Giacomo.

Manuelito non se lo fece ripetere due volte ed iniziò ad eseguire alla lettera le indicazioni del  “maestro” con meticolosa precisione.

“Prova, adesso, a fare il lancio di una pallina mentre la tua mano destra, si trova in basso ed è in risalita, senza interrompere il movimento rotatorio” lo incitò  Giacomo.

“Lanciando la pallina in alto al centro e continuando con i movimenti circolari, dovrai fare la stessa cosa anche con l’altra mano, che così si libererà della pallina, per poter poi afferrare quella in aria…Non preoccuparti! E’ più difficile da dire che da fare!“

In effetti, Manuelito era spaventato da quella spiegazione che preannunciava un esercizio complesso e difficile.

Ma le ultime parole di Giacomo gli avevano dato coraggio e non esitò ad iniziare l’esecuzione di quei movimenti molto macchinosi. Le palline, però, cadevano per terra, nonostante che a Manuelito sembrava di eseguire in modo esatto tutto quello che gli era stato spiegato. Le sue braccia non si muovevano ancora con la giusta coordinazione, e le palline rotolavano con regolarità sul prato.

“E’ normale che tu non riesca all’inizio” – lo incoraggiò Giacomo con tono convincente – “Ma devi continuare ad esercitarti. Con un costante allenamento  il difficile diventerà facile, ne sono sicuro”.

Quelle parole di fiducia, appena espresse dal suo allenatore, diedero coraggio a Manuelito, che proseguì l’esercizio senza abbattersi per i ripetuti tentativi falliti.

Nonostante la fiducia, l’impegno e la determinazione il risultato, però, stentava a essere raggiunto.

Giacomo allora lo interruppe e gli mostrò la corretta esecuzione dei movimenti e le giuste tempistiche di lancio e di presa delle palline.

“Guarda – disse Giacomo – devi fare in questo modo!“ ed iniziò a far volteggiare le 3 palline colorate davanti agli occhi di Manuelito, quasi paralizzato per un’abilità che desiderava tanto apprendere. Agli occhi del giovanissimo principiante, il suo compagno era diventato un giocoliere professionista. Davanti a lui non c’era più Giacomo, il compagno di gioco, ma un grande artista del circo che si esibiva facendo fluttuare nell’aria  3 palline colorate con movimenti armonici delle braccia. Assistere a quella esibizione infuse nuova energia in Manuelito che iniziò una nuova serie di esercizi con più determinazione.  

Neanche il tempo di ricominciare che riuscì a concludere una rotazione delle tre palline senza farne cadere a terra neanche una.

L’esecuzione ebbe successe una sola volta; poi di nuovo le palline tornarono a cadere. Prontamente, però, venivano riprese per ricominciare la sequenza dei movimenti. Dopo un po’ la situazione si sbloccò e….prima due cicli completi di rotazione senza far cadere nessuna pallina, poi tre, poi addirittura quattro consecutivi senza errori.

”wow, ci riesco…guarda…guarda!“ Manuelito suscitò la curiosità di tutti i presenti con le sue euforiche urla di gioia.

“Molto bene… non ti fermare, continua, bravo!“ Commentò subito Giacomo eseguendo anche lui lo stesso esercizio.

Pochi minuti e i movimenti di Manuelito raggiunsero un’incredibile fluidità e coordinazione paragonabili a quelli del suo giovane maestro.

Uno di fronte all’altro, Manuelito e Giacomo, lanciavano e riprendevano le palline colorate offrendo un piccolo spettacolo di giocoleria ai bambini che li avevano seguiti nel loro allenamento.

Da quel pubblico infantile partì, improvvisamente, un applauso spontaneo.

Senza pensarci due volte, tra lo stupore dei presenti, Manuelito lanciò l’ultima palla più in alto del solito per poi afferrarla e chiudere l’esercizio con un inchino di ringraziamento per gli applausi che stava ricevendo.

Non era certamente stato programmato, ma Giacomo fece esattamente gli stessi movimenti lanciando alta la sua pallina rossa e chiudendo, come Manuelito, con un elegantissimo inchino.

La breve ma emozionante prima performance del novello giocoliere  terminava decisamente in modo spettacolare.

Manuelito guardò il suo giovane maestro e gli dimostrò tutta la sua gratitudine con un sorriso e due occhi luminosi che lasciavano intuire la gioia per aver raggiunto, in così poco tempo, un traguardo che gli sembrava impossibile.

Giacomo recuperò tutte le palline utilizzate ma ne mise solamente tre nel suo zaino. Le altre tre le consegnò nelle mani di Manuelito.

“Te le presto per qualche giorno,…ora esercitati tanto e buon divertimento!“

E così dicendo si congedò da tutto il gruppo.

Erano trascorsi solo pochi giorni dall’inizio del summer camp, e Manuelito proseguiva con entusiasmo il suo percorso di conoscenza di nuovi amici

e continuava a vivere fantastiche ed emozionanti esperienze.

CAPITOLO 11

LA NOSTALGIA

Era passata almeno un’ora da quando l’animatrice aveva spento la luce della  camera  dei pirati dello spazio augurando loro la buona notte.

Manuelito era l’unico dei quattro ad essere ancora sveglio.

Quella notte, una strana agitazione, non gli permetteva di prendere sonno.

Lenzuola e coperte erano attorcigliate intorno al suo corpo, trasformato nuovamente in un kebab arrotolato, esattamente come la notte prima della partenza per il summer camp.

Il ricordo di quell’episodio immerse Manuelito in un inatteso stato di malinconia.

Per la prima volta, dopo giorni trascorsi tra divertimento e spensieratezza, il piccolo Manuelito stava provando nostalgia di casa.

Una lacrima, invano trattenuta, attraversò la sua guancia. Nonostante le nuove amicizie e le giornate sempre ricche di tantissime attività, quella notte volò, con le ali della fantasia, fra le braccia di mamma e papà.

Nella mente di Manuelito si susseguivano, ininterrottamente, le immagini della mamma.

La mamma mentre gli serve il piatto della cena; la mamma mentre gli applica un cerotto sulla gamba dopo una scivolata al parco giochi; la mamma che lo accarezza e lo bacia sulla fronte augurandogli la buonanotte.

Semplici gesti quotidiani che non avevano mai avuto tanta importanza, almeno fino a quel momento.

Manuelito era lontano da casa, contento di esserlo, immerso in un ambiente che lo aveva subito conquistato; nonostante ciò, il ricordo della semplice e ripetitiva quotidianità di casa si mostrava in tutta la sua disarmante bellezza.

In pochi minuti anche le figure di suo papà e suo fratello fecero capolino in quella rievocazione notturna dei volti familiari.

Il papà mentre faceva le solite raccomandazioni durante il tragitto casa scuola; mentre cantava a squarciagola asciugandosi i capelli in bagno; mentre borbottava nel tentativo, vano, di trovare i pezzi del puzzle. Anche sull’altra guancia Manuelito asciugò una piccola lacrima che non era stato capace di trattenere.

Poi rivolse lo sguardo verso la borraccia sopra il comodino. Quella borraccia gli era stata consegnata da Lucio, suo fratello, il giorno prima della partenza per il summer camp, quasi a simboleggiare un passaggio di consegne.

Lucio aveva voluto regalare a suo fratello un oggetto, conservato con estrema gelosia perché comprato in occasione del suo primo anno al summer e da cui non si era mai separato. Quella borraccia era stata tanto desiderata ed era diventata un oggetto che evocava in lui le magnifiche esperienze vissute.

Quando la borraccia diventò sua, Manuelito non credette ai suoi occhi e provò un sentimento di sincero riconoscimento nei confronti del fratello maggiore.

 Immerso nel ricordo dei suoi affetti più cari e sempre più avvolto tra le lenzuola Manuelito stentava a prender sonno.

“Tutto ok?“ – Chiese sottovoce Dennis – “E’ da qualche minuto che sono sveglio, ma dal rumore che sento, anche tu lo sei!“

“Non riesco a dormire, ho tanti pensieri che mi ronzano per la testa“ rispose a bassa voce Manuelito.

“Visto che neanche io riesco ad addormentarmi – propose Dennis accendendo la torcia che aveva sotto il cuscino –  ci leggeremo qualche pagina del mio fumetto. Che ne dici?“ – prendendo il suo almanacco e sedendosi sul letto del compagno.

Alla luce della piccola torcia, i due bambini si immersero nella lettura; in pochi secondi, con un’invidiabile complicità, avevano trovato il modo di superare una momentanea difficoltà. Il potere dell’amicizia è un’arma vincente contro la nostalgia ed il summer camp stava facendo scoprire anche questo tipo di emozioni.

CAPITOLO 12

LA PASSEGGIATA

Tutti in fila per due. Si parte per la nostra super passeggiata!“ Finalmente gli animatori diedero il via e tutto il gruppo si mise in cammino.

Manuelito era in coppia con Dennis seguito da Italo e Nicolò. Anche in quell’occasione la banda dei pirati spaziali rimaneva tutta unita.

Davanti a loro, il sentiero di montagna era visibile solo per i primi metri, perché  la vegetazione circostante nascondeva sia la direzione che la pendenza del restante percorso.

“Il mio zaino è spaziale. Guardate…senza bisogno di fermarmi e aprirlo, da questa cannuccia, collegata ad una bottiglia che si trova in una tasca interna, posso tranquillamente bere!“ disse Italo tutto orgoglioso.

“Fantastico!“ Rispose subito Nicolò, destando l’attenzione di un gruppetto di altri ragazzi che si avvicinarono per ammirare lo zaino high-tech del loro compagno.

“E’ molto bello! Ma ti sei anche ricordato di riempirlo con tutto quello che vi abbiamo consigliato di portare? “ domandò l’animatrice Giulia intromettendosi nel dialogo.

“Certo, ho preso il pranzo al sacco, un paio di calze di ricambio, la felpa, la giacca impermeabile, il cappellino, la crema solare e il burro cacao…Non ho dimenticato nulla!” rispose subito Italo.

“Bravissimo!” commentò Giulia.

“Io ho portato anche la macchina fotografica e il binocolo“ intervenne Dennis.

“Io invece ho il libro del giovane esploratore della montagna oltre ai miei occhiali da sole…. E poi… ho questa qui! “ disse Manuelito inserendosi nella conversazione e mostrando con soddisfazione la sua inseparabile borraccia. “Mamma mia ragazzi quante chiacchiere questa mattina! – disse Giulia con tono divertito – conservate il fiato che siamo solo all’inizio del percorso da fare per raggiungere la meta.”  

Erano già trascorse due ore di cammino e, nonostante le ripetute pause, la fatica iniziava a farsi sentire. Il sentiero sembrava stringersi sempre di più e anche l’ambiente circostante stava cambiando.

Nel primo tragitto, tutti i bambini e i ragazzi avevano goduto dell’ombra degli alberi intorno. Ai bordi del sentiero, dolcissime fragoline di bosco concedevano la giusta distrazione alla fatica della salita.

Era curioso e buffo ascoltare le lamentele di quattro ragazze grandi che, prima sottovoce poi con tono sempre più alto, protestavano per la stanchezza e il peso del loro zaino.

Paradossalmente, il gruppetto dei bambini di sei anni, i più piccoli partecipanti al summer camp, trotterellava allegramente senza smettere di parlare e raccogliere fragoline di bosco.

Manuelito, intanto, si stava godendo quell’insolita passeggiata  conversando allegramente con i suoi amici che lo distraevano dalla pendenza sempre maggiore di quel sentiero.

Ad un certo punto, dopo una curva a gomito del sentiero, tutti si fermarono ad ammirare meravigliati il panorama spettacolare che si presentava ai loro occhi. Questa volta, però, invece di cercare un posto dove sedersi, ci fu qualcosa che attrasse l’attenzione dei bambini..

“Guardate! Quello è il nostro albergo!“ Un’animatrice si era fermata in un piccolo spiazzo dove la vegetazione meno fitta permetteva la vista sulla valle. Osservando il panorama verso il basso, di dimensioni decisamente ridotte, si vedevano i campi sportivi e il parco giochi della struttura che ospitava il summer camp.

Più di due ore di passeggiata avevano portato il gruppo ad un’altezza piuttosto elevata che ora concedeva loro il fascino di un punto di vista decisamente nuovo.

Dopo una breve pausa per potersi reidratare con un sorso d’acqua e riconoscere i luoghi dall’alto, il gruppo si rimise nuovamente in marcia.

“Ho fame, quando mangiamo?“

“Anche io ho fame, posso prendere un panino?“

Alcuni bambini lamentavano un certo appetito, ma l’animatore che guidava la fila fu categorico: “Ragazzi resistete ancora 10 minuti e ci fermeremo tutti insieme a mangiare in un prato bellissimo!“

Il sentiero, oltre a diventare più stretto, non era più circondato da fitti alberi. La vegetazione era cambiata offrendo un panorama diverso con prati e zone esposte al sole sempre più estese. Si notavano anche un maggior numero di zone rocciose sparse tra la vegetazione.

“Ecco, siamo arrivati. Ora possiamo mangiare i nostri panini!“ annunciò con soddisfazione l’animatore.

Davanti al gruppo dei piccoli camminatori si presentò una splendida distesa verde; uno spazio accogliente per sedersi che offriva anche l’ombra di alcuni alberi ai lati.

“Io devo andare in bagno” chiese un bambino del gruppo dei piccoli. L’animatore, che stava già per gustarsi il suo meritato panino, gli sorrise, lo prese per mano e fece un richiamo anche agli altri bambini: “ Tutti i maschietti che devono fare pipì vengano con me”.

“Tutte le bambine e le ragazze, invece, possono seguirmi“ disse Giulia l’animatrice senza attendere la stessa richiesta.

“Ma c’è il bagno?“ chiese il piccolo Filippo all’animatore che lo stava accompagnando a fare i suoi bisogni.

“Certo, c’è un bagno enorme, gigantesco, dove possiamo fare tutti pipì insieme, si trova dietro quei cespugli. Andiamo!“ Commentò con ironia l’animatore tra i sorrisi complici dei ragazzi più grandi che li seguivano.

“Per chi avrà ancora le forze sappiate che dopo la pausa pranzo, possiamo salire fino ad arrivare a toccare la neve“.

L’animatore che fece quell’annuncio ricevette subito sguardi di stupore e curiosità da parte di tutto il gruppo di ragazzi.

Manuelito fu talmente colpito da quelle parole che iniziò subito a fantasticare immaginandosi con mani e piedi immersi nella neve.

Nel mese più caldo di tutto l’anno, nel pieno dell’estate, mentre tanti suoi amici erano in spiaggia e i suoi genitori boccheggiavano dal caldo della città,  Manuelito avrebbe toccato la neve. Non vedeva l’ora di farlo e di poterlo raccontare a suo fratello e agli amici di scuola.  Un’altra incredibile avventura si stava per aggiungere al suo bagaglio di esperienze.

CAPITOLO 13

FINO ALLA NEVE

I panini vennero divorati in brevissimo tempo dalla maggior parte dei bambini a cui ora interessava solo più arrivare sulla punta della montagna per toccare la neve.

“Prendi questi bastoncini; li useremo come braccia quando realizzeremo il nostro pupazzo di neve” disse Nicolò a Manuelito mentre gli consegnava 2 rami appena raccolti a terra.

“Io prendo queste pietre per adoperarle come occhi” aggiunse Dennis selezionando con cura due pietre piatte.

“Siete fantastici! E’ bellissimo vedervi sognare di preparare un pupazzo di neve, ma devo frenare i vostri entusiasmi…arrivare alla neve vuol dire trovarne un po’, ma non in quantità sufficiente per realizzare un pupazzo!” intervenne l’animatrice.

“Forse riusciremo a farne uno piccolino… magari troveremo più neve del previsto… io nel dubbio cerco qualcosa per confezionare un cappello!” rispose Manuelito.

L’animatrice non aggiunse altro; guardò sorridendo tutti i ragazzi e continuò la camminata circondata dai quattro pirati dello spazio che erano visibilmente i più esaltati di tutto il gruppo all’idea di raggiungere la vetta.

Dopo altri trenta minuti di passeggiata, senza pausa, la stanchezza era tale che i piccoli esploratori incominciarono a pensare di abbandonare l’impresa.

Dai più entusiasti ai più lamentosi, tutti erano tentati a rinunciare e tornare verso valle. Solo Manuelito, con un passo da scalatore, superò l’animatrice e, non appena  raggiunse il punto più alto del percorso, si girò verso i compagni gridando: “La neve!”. L’urlo entusiastico del compagno fu una specie di liberazione per tutto il resto del gruppo.

In un attimo, gli occhi stanchi e rassegnati dei piccoli  escursionisti  diventarono fari luminosi pieni di luce ed emozione.

L’espressione del viso di ciascun membro del gruppo subì una velocissima metamorfosi: stanchezza, frustrazione e sguardi bassi ora erano stati sostituiti da sorrisi enormi e irrefrenabile contentezza.

L’urlo di Manuelito aveva avuto l’effetto del colpo di pistola che un giudice di gara spara per dare il via ad una corsa.

A quell’annuncio, tutti i ragazzi fecero un immediato scatto da centometristi per percorrere i pochi metri che li separavano dalla neve.

“Neve, neve, neve!”

Non esistevano altre parole.

Manuelito, arrivato per primo, si sdraiò in mezzo a un candido spiazzo innevato lasciandosi cadere di schiena a braccia e gambe spalancate.

Dennis iniziò a saltellare. Nicolò e Italo si erano inginocchiati  per preparare  e lanciare palle di neve contro gli altri compagni.

In pochi secondi il silenzio dell’alta montagna fu rotto dalle risate e dalle urla di gioia di tutti i ragazzi che, dimenticando la stanchezza, giocavano spensierati immersi in una zona pianeggiante interamente ricoperta di candida neve.

Neanche gli animatori si aspettavano di trovarne così tanta e, senza indugio, anche loro parteciparono al lancio delle palle di neve con autentico divertimento.

Tutti i bambini rimasero piacevolmente colpiti da questo coinvolgimento nel gioco dei loro animatori. Questa nuova situazione fece aumentare l’eccitazione dell’intero gruppo. Vedere un adulto giocare come un bambino è un emozione sempre apprezzata e Manuelito se la stava godendo a pieno  prendendo di mira gli animatori, Giulia e Carlo, che erano letteralmente circondati da un lancio fitto di palle di neve che provenivano  da tutte le direzioni.

La battaglia fu un vero spasso per tutti e risultò molto intensa, anche se durò pochi minuti.

La stanchezza però prese il sopravvento e, dopo qualche minuto, tutti i ragazzi e gli stessi animatori, con uno sguardo di intesa, si fermarono di colpo e, tirando un sospiro di sollievo, iniziarono ad asciugarsi capelli e mani. Poi tutti aprirono lo zaino per prendere il ricambio di calze e giacca, evitando così di dover affrontare la passeggiata di ritorno con vestiti bagnati.

Ora iniziava la discesa, sicuramente meno faticosa, ma pur sempre lunga.

“Non vedo l’ora di raccontare questa avventura a mia mamma!” disse Manuelito.

“Mia sorella sarà invidiosa perché lei adora la neve e stasera, durante la telefonata a casa, voglio descriverle nei dettagli la nostra battaglia a palle di neve!” aggiunse Dennis.

“Mio papà dice sempre che, in questi giorni, a casa fa caldissimo anche in mutande; chissà cosa dirà quando gli racconterò che siamo arrivati in cima alla montagna dove faceva quasi freddo!” aggiunse Nicolò.

“Quanto è alta questa montagna?” chiese Italo agli animatori.

“Noi siamo arrivati a duemila metri di altitudine sopra il livello del mare, direi che possiamo esserne fieri!” rispose l’animatore.

“Wow, duemila metri…vuol dire due kilometri di altezza dal mare dove in questo momento ci sono i miei nonni!” commentò Dennis con stupore e soddisfazione.

“Ragazzi, sono contentissimo anche io di questa splendida avventura e sono sicuro che non dimenticherò mai la battaglia di neve che abbiamo fatto, però adesso dobbiamo essere concentrati sulla discesa. Fate attenzione a dove mettete i piedi per evitare distorsioni e cadute…mi raccomando!”

L’intero gruppo prese alla lettera le parole dell’animatore scendendo tutti rigorosamente in fila indiana lungo il sentiero e ponendo massima attenzione al cammino.

Quando il percorso iniziò ad allargarsi e la discesa diventò più piacevole, tutti i bambini si misero in coppia a commentare con genuine risate l’esperienza appena vissuta.

Alle ore 17.30 la passeggiata poteva dirsi conclusa con l’arrivo dell’ultimo bambino all’interno del prato recintato dell’albergo.

“Andiamo tutti alla rotonda e facciamo merenda  insieme prima delle docce e delle telefonate a casa!” annunciò l’animatrice aprendo il cancello dei campi.

Come ogni volta, nonostante il richiamo degli animatori, nonostante la fatica di una intensa e lunga passeggiata in quota, tutti i bambini stavano già correndo per raggiungere le panche della “rotonda”.

Come ogni volta, quel richiamo al raduno di gruppo, era sempre seguito da una corsa di tutti i ragazzi.

Non appena i bambini furono tutti seduti, arrivò il direttore dell’albergo seguito da due cameriere. Tutti e tre reggevano dei grossi vassoi.

Pochi secondi di stupore e curiosità che svanirono con l’urlo di un bambino.

Giacomino, 6 anni compiuti da poco, il più piccolo dei partecipanti al summer camp, si trovava in braccio all’animatrice, per la sua tenera età, dopo le fatiche di una giornata intensa.

Da quella posizione elevata fu proprio lui a svelare il contenuto di quei misteriosi vassoi.

“Pizzaaaaa!” urlò con tutte le sue ultime energie il piccolo Giacomino.

All’annuncio di quella notizia scoppiò letteralmente la gioia tra tutti gli affamati camminatori in momentaneo riposo.

Salti, balli e urla avevano interrotto le lamentele per la stanchezza e riportato un’atmosfera di eccitante entusiasmo.

La merenda più desiderata al mondo sembrava un vero e proprio premio per concludere una gita faticosissima, ma ricca di emozioni indimenticabili.

CAPITOLO 14

IN PISCINA

“In fila. Scendiamo nella nostra mitica piscina!” annunciò l’animatore Carlo mentre tutti i bambini del secondo piano uscivano dalle loro stanze.

“Io ho la cuffia con la testa di squalo” disse subito Nicolò affiancandosi a Manuelito, nel rispetto delle direttive ricevute, e incolonnandosi dietro agli altri compagni sulle scale.

“Non vedo l’ora di fare i tuffi a bomba!” disse euforico Dennis.

“Io, invece, ho voglia di rilassarmi tranquillo nella vasca con le bolle!” Fu il commento di Italo che, con due occhi da pesce lesso ed un sorriso sulle labbra, sembrava già immerso nell’acqua calda della vasca idromassaggio.

Era veramente speciale viversi le esperienze di un summer camp in montagna alloggiando in un albergo con piscina e, come se non bastasse, con annessa vasca idromassaggio.

Tutti i bambini erano euforici all’idea di godersi il loro turno in piscina e nessuno riusciva a smettere di chiacchierare durante il percorso che dai piani portava  agli spogliatoi.

“Ragazzi facciamoci riprendere con la cinepresa mentre ci tuffiamo, poi rivedendo  i tuffi, voteremo quello più originale”. Manuelito lanciò la sfida e i pirati dello spazio accettarono la proposta con uno sguardo d’intesa e approvazione.

“Vi ricordo, come vi ho già detto la volta scorsa, che questo è lo spogliatoio  dei maschi. L’altra porta è l’ingresso di quello delle ragazze” furono le parole di Carlo l’animatore mentre  contava i maschietti lasciandoli entrare uno per volta.

Lo spogliatoio era piccolo, ma molto funzionale, con panche, asciugacapelli a muro, docce, bagni e lavandino, oltre a piccoli armadi in legno per riporre  zaino e  indumenti.  Dopo aver indossato velocemente costume e cuffia, con l’accappatoio in mano, tutti i novelli nuotatori erano pronti per una veloce doccia calda prima di entrare nei locali della piscina.

Nonostante  fossero alla loro seconda esperienza in piscina, Manuelito e gli altri pirati spaziali erano eccitatissimi, non tanto per la voglia di nuotare quanto per la  sfida dei tuffi che avevano organizzato.

Le emozioni della volta precedente erano state un misto di timore e timidezza a cui si erano aggiunte le distrazioni della porta del mistero che aveva catturato le attenzioni di tutti i ragazzi. Questa volta, invece, Manuelito sapeva a cosa andava incontro; sapeva che la profondità di quasi 2 metri di una metà della vasca non era un pericolo; sapeva che tuffarsi dall’alto del trampolino era una novità eccitante ma sicura; sapeva che doveva godersi il divertimento perché il tempo in acqua era limitato.

Federico, il coordinatore, era anche il bagnino ufficiale e, come la volta precedente, accolse tutti i ragazzi nei locali della piscina, vietando di entrare in acqua subito e invitandoli a mettersi in fila ai bordi della piscina. Dopo aver illustrato a tutti le poche e importanti regole da rispettare per godersi un’ora di tuffi e nuotate in totale sicurezza, diede l’annuncio tanto atteso: “Adesso buon divertimento…potete entrare in acqua!” Le parole di Federico furono seguite dalle grida di un gruppo di 25 urlatori eccitati che, in un attimo, si erano divisi tra il relax dell’idromassaggio, le nuotate nelle corsie centrali della vasca, l’uso dei grossi gonfiabili a disposizione e la fila ordinata per accedere al desideratissimo trampolino dei tuffi.

Manuelito era riuscito a prendere la prima posizione ai piedi della scaletta del trampolino, per cui toccava proprio a lui inaugurare la gara dei tuffi.

Un’ultima sistemata alla cuffia, un controllo veloce ai lacci del costume, onde evitare spiacevoli inconvenienti nell’impatto con l’acqua e Manuelito era pronto, con entrambi i piedi allineati, al bordo del trampolino. Come da regole appena ascoltate, chi si accingeva a tuffarsi doveva controllare che nessuno fosse in acqua nella zona antistante e soprattutto doveva attende il via del bagnino che dettava i tempi dei tuffi.

“Signore e signori, ladies and gentlemen…ecco a voi il tuffo cavatappi!” e con quelle parole il piccolo Manuelito si lanciò in avanti iniziando a ruotare su se stesso mantenendo il corpo verticale ed impattando l’acqua con i piedi.

Quel tipo di immersione gli permise di toccare il fondo della piscina. La risalita fu lenta ma, non appena apparve in superficie, il piccolo tuffatore fu accolto dagli applausi dei suoi compagni.

“Originale, bravo. Avanti il prossimo!” Fu il commento immediato di Federico che aveva seguito con attenzione l’inaugurazione della gara.

“Tuffo a stella marinaaaa!” e così urlando Dennis si lanciò a braccia e gambe allargate con uno sguardo concentratissimo verso l’animatore-bagnino che si complimentò anche con lui non appena riemerse.

“Tocca a me…tuffo rovesciataaaa!” urlò Nicolò lanciandosi in un tuffo che prevedeva la torsione del busto e l’allungamento delle gambe a simulare una rovesciata calcistica da fare invidia a quella disegnata sui pacchetti delle figurine.

Gli applausi e molti sguardi di approvazione furono immediati anche per Nicolò mentre il quarto pirata spaziale si accingeva a prendere posto sul trampolino.

“Dall’alto dei cieli ecco a voi il tuffo paracaduteeee!” e così urlando Italo si lanciò aprendo braccia e gambe in una postura che veramente ricordava la caduta di un paracadutista. Inevitabilmente, davanti agli sguardi increduli di bambini e animatori, Italo entrò in acqua di pancia piena provocando, nell’impatto, un suono sordo e alti spruzzi di acqua e creando una certa apprensione  fra gli animatori  presenti.

Quando Italo riemerse, diede due velocissime bracciate a stile libero per raggiungere il bordo vasca dove lo attendeva Federico pronto ad intervenire per assisterlo.

L’incauto tuffatore ricevette un aiuto per uscire dalla vasca e il suo sguardo mostrò immediatamente il dolore appena provato. Nonostante l’imbarazzo di quel momento e gli sguardi increduli dei compagni, Italo riuscì a trattenere le lacrime.

Tutti gli animatori erano intorno a lui e si assicurarono immediatamente che stesse bene e gli consigliarono di riposarsi e stare seduto sulla sdraio per qualche minuto. In quel momento fu visibile a tutti l’effetto dell’impatto con l’acqua sul suo corpo.

Il colore della sua pancia era rosso fuoco, ma nonostante l’inevitabile bruciore che  stava provando in quel momento, Italo non volle mostrarsi dolorante. Si limitò a dire a tutti che stava bene e che voleva solo rimanere un po’ tranquillo seduto.

A Manuelito, quella scena e quel colore rosso della pancia del suo amico, fecero tornare alla mente le tante volte che anche lui aveva provato imbarazzo, ma soprattutto dolore per tuffi compiuti di schiena o di pancia con un pessimo impatto con l’acqua. Istintivamente scattò in Manuelito un senso di amichevole solidarietà che lo portò ad avvicinarsi al suo compagno per dargli conforto.

“Non sai quante volte è successo a me! Brucia tanto, ma passa abbastanza in fretta, soprattutto se non ci pensi. Vedrai tra qualche minuto tornerai in acqua  a divertirti insieme a noi” disse Manuelito  avvicinandosi al suo amico che  con le braccia cercava di coprirsi la pancia.

“Aspetto con te un po’ “-  aggiunse – “e ti faccio compagnia mentre  preparo un altro tipo di tuffo da eseguire. Ci tengo a vincere la gara! Intanto anche tu pensa ad un altro tuffo che possa farti dimenticare questo di pancia e mostrare a tutti le tue abilità di “sorprendente” tuffatore!”.

Italo era visibilmente contento di quelle parole di conforto. Manuelito si stava rivelando un vero amico, e allora ebbe la forza di rispondergli con un’incredibile auto-ironia che sorprese tutti i presenti, compresi gli animatori.

Italo attese qualche secondo, si alzò dalla sedia, mise un braccio sulla spalla di Manuelito e dichiarò ad alta voce: “Manuelito mille grazie per il tuo conforto. Avevo detto che volevo rilassarmi nella vasca idromassaggio e avrei fatto bene a farlo. Ma che io sia un “sorprendente” tuffatore penso se ne siano accorti già tutti…guarda qua! indicandosi con la mano la sua pancia ancora “colorata” di rosso.

Quella fantastica reazione di Italo suscitò in tutti, ragazzi e animatori, una fragorosa risata liberatoria che alleviò la tensione creatasi e permise di continuare a godersi in gioiosa compagnia, il rimanente tempo in piscina.